La psicoterapia sistemica secondo il modello di Murray Bowen.

Murray Bowen
Murray Bowen

Il modello teorico di Murray Bowen rappresenta un contributo importante alla psicoterapia ad orientamento sistemico-relazionale. Il modello è ben espresso nel volume "Dalla famiglia all'individuo", pubblicato in Italia nel 1979, che espone concetti fondamentali: massa indifferenziata dell’io familiare, differenziazione del sé, individuazione, triangolazione, taglio emotivo.

 

La teoria di Bowen, tra i primi terapeuti a lavorare con le famiglie e tra i padri della psicoterapia familiare, si inserisce nel più generale quadro della teoria sistemica, secondo la quale la psicopatologia di un singolo è legata ad una disfunzione del sistema di relazioni familiari. In accordo a tale assunto, per curare il sintomo del singolo è necessario comprendere le modalità relazionali della famiglia, al fine di correggerle.

 

Bowen propone un metodo centrato sul concetto di massa indifferenziata dell’Io familiare: intende la famiglia come un conglomerato di processi affettivi e relazionali che circolano tra i membri della famiglia, con regole di funzionamento che prevedono ruoli, funzioni, comportamenti e precise modalità di risposta emotiva. Impariamo, nella famiglia, come essere e come comportarci, assorbendo quelle modalità di funzionamento che riconosciamo come nostre. Per esempio l’abitudine di scappare di fronte al conflitto. Oppure di esasperare il conflitto. Oppure di compiacere l’altro per non essere mai in conflitto e così via. 

Alla nascita, quindi, il bambino non entra in uno spazio vuoto ma in un campo pieno, fatto di modalità di funzionamento familiari che assorbe. 

 

Secondo il normale processo di maturazione emotiva, a tempo debito il singolo riesce a differenziarsi dalla famiglia d’origine, cioè separarsene psicologicamente. Ma la crescita emotiva non va’ di pari passo con quella fisica e può bloccarsi, lasciando la persona in una condizione di dipendenza affettiva da un Altro significativo. Questo può accadere quando le relazioni del nucleo familiare sono disfunzionali, poco armoniche e squilibrate, e generano attaccamenti emotivi non risolti. Quando, per esempio, le famiglie sono troppo invischiate o troppo disimpegnate oppure quando la famiglia non consente al bambino di sperimentare l’intera gamma di emozioni possibili, da quelle che spingono all’unione a quelle che spingono alla separazione.

 

Per Bowen l’individuazione è il principale compito evolutivo del singolo, dal quale dipende il suo benessere e la sua salute mentale. A bassi livelli di differenziazione, infatti, corrispondono dipendenza affettiva, compiacenza, insicurezza, incapacità di superare eventi dolorosi, ansia, depressione, disfunzioni sociali, fino ad arrivare a stati psicotici, in cui la persona manca di un senso di sé integrato e solido. Al contrario, ad alti livelli di maturazione emotiva, corrispondono tratti come sicurezza di sé, buona autostima, autonomia, capacità di integrare l’esperienza in un senso d’identità solido e integrato.

 

Si noti che il sintomo e il malessere psicologico sono legati a bassi livelli di differenziazione e, quindi, ad attaccamenti emotivi non risolti: «Una famiglia con un più alto livello di indifferenziazione sarà una famiglia più disorganizzata, con livelli di ansia più alti» (a questo punto ci si potrebbe dilungare sulle osservazioni di Bowen circa la frequenza di patologia organica in famiglie disfunzionali).

 

Quando si crea una nuova famiglia si innesca un processo complesso per cui ogni membro della coppia porta con sé il suo bagaglio di esperienze, la sua personalità e anche il suo grado di maturazione emotiva. Due universi si incontrano. E più saranno bassi i livelli di differenziazione dei rispettivi partner, più la futura famiglia si organizzerà secondo modalità di relazione disfunzionali e quindi patogene.

 

L'immaturità e la tensione emotiva del sistema familiare potrà così canalizzarsi in tre modi:

- Nella crisi della coppia.

- nella malattia o la disfunzione di uno dei coniugi.

- nella malattia o la disfunzione di uno dei figli.

 

Se si comprende tale approccio, si comprende quanto il disagio del singolo individuo sia segno del disagio dell’intera famiglia e che curare il singolo significa intervenire sui modi di funzionamento della famiglia, cioè lavorare sulle modalità relazionali attuali e sul passato che le ha generate, nell’ottica della comprensione e del cambiamento delle stesse.

 

Bisogna però non confondere la terapia familiare e l'approccio sistemico-relazionale. Uno psicoterapeuta ad orientamento sistemico-relazione, infatti, non lavora sempre con l'intera famiglia. La bellezza dell'approccio sistemico è che può essere applicato nella terapia familiare, nella terapia di coppia e nella terapia individuale, in quest’ultimo caso anche «curando il componente più sano della famiglia invece del paziente, sulla base del fatto che il più sano è il più capace di modificare il comportamento del sistema familiare».

 

Nel modello discusso lo sforzo del terapeuta è quello di aiutare ciascun membro della famiglia a raggiungere un più alto livello di differenziazione mediante l’utilizzo di tecniche terapeutiche specifiche che stimolano la maturazione emotiva del paziente e l'elaborazione degli attaccamenti emotivi non risolti, aiutandolo ad emergere da quella massa indifferenziata di cui sopra che blocca e patologizza.

 

Dott. Andrea Cappabianca, Psicologo Napoli