L'adolescenza tra responsabilità e autonomia.

psicologo napoli Vomero
Psicologo Napoli

In quest’articolo tratterò dell’adolescenza. In particolare di qualcosa che l’adolescente comincia a saggiare, l’autonomia, di come questa conquista abbia una serie di conseguenze a più livelli e di come si coniughi al concetto di responsabilità. La premessa è che quando si parla di autonomia bisogna essere cauti, soprattutto se pensiamo ad essa come la possibilità di essere in modo indipendente.

 

Quando ci si approccia all’adolescenza è importante vederla per quello che è, in modo non superficiale né giudicante, bensì attento.

L’etimologia del termine ci porta al concetto di crescita che a sua volta è legato a quello di cambiamento. Il termine “cambiamento” è ciò che forse meglio condensa ciò che accade all’adolescente. Che si trova in una condizione che Winnicott ha definito di “bonaccia adolescenziale”, per indicare il senso di stasi che i ragazzi vivono, un periodo di attesa in cui sperimentano i vari sé possibili nei diversi contesti. Non a caso è proprio in adolescenza che si attiva il secondo processo di individuazione (Blos), che si conclude con il distacco dell’adolescente dal magma familiare e quindi con la nascita di un individuo.

Per questi motivi il processo di costruzione dell’identità è più forte che mai proprio in questa fase di transizione, una specie di terra di mezzo in cui si è dipendenti dalla famiglia mentre si ha la voglia e la sensazione di essere autonomi, si è appena lasciata la fanciullezza ma non si è ancora adulti, si ha voglia di scoprire il mondo ma si sente la paura di andare lontano.

 

Questa fase di stasi è quindi costellata di cambiamenti, che avvengono a più livelli:

• Corporeo - pulsioni

• Intellettivo – l’astratto

• Sociale – il proprio posto nel mondo

 

L’adolescente è quindi chiamato al compito di integrare tali cambiamenti in quella che sarà la sua identità. Il compito che deve svolgere non è semplice ma ha a disposizione alcuni supporti. Uno di questo è sicuramente la famiglia. Un altro è il contesto degli adulti. Poi c’è il gruppo dei pari, che è quello di cui mi occuperò adesso.

Abbiamo detto che l’adolescente è alla ricerca del proprio posto nel mondo, sente di stare cambiando ma non sa bene cosa diventerà e ha riscoperto la forza delle pulsioni. Tutto questo in una fase di transizione e di incertezza. Voi che fareste in una fase di transizione e di incertezza? Io credo che o aspetterei, stando fermo, o proverei a fare qualcosa. Gli adolescenti anche. Alcuni restano fermi, per paura. Altri hanno lo stesso paura ma decidono di agire, provando. E’ come se facessero dei piccoli test. Quindi in questa fase di incertezza la speriment-azione può farla da padrone. E con chi l’adolescente può sperimentare e trasgredire? Non sempre gli adulti sono adatti, lo sono di più gli altri adolescenti.

 

L’adolescente, quindi, passa pian piano dalla famiglia al gruppo dei pari. Una nuova comunità con delle regole, a volte incomprensibili agli adulti, che fa da supporto all’adolescente durante quella fase di cambiamento che sta vivendo. 

Il gruppo, però, ha delle caratteristiche particolari. In primo luogo è il contesto in cui si può sperimentare:

  • l’azione, anche quella a carattere aggressivo. E’ importante, perché da qualche parte l’aggressività, che è una componetne dell’essere umano che ha pari diritto delle altre, deve pur essere canalizzata. 
  • la trasgressione, perché l’adolescente che fino a quel momento ha – o avrebbe dovuto – rispettato le regole, ora si pone delle domande sulle regole stesse e si spinge oltre. Per vari motivi: capire fin dove si può spingere, affermare la conquistata autonomia, dare prova di forza al gruppo dal quale si desiderà così tanto essere accettati...

Proprio sulla regola desidero soffermarmi per rendere conto di quel rapporto tra autonomia e responsabilità che da’ il titolo questo a breve intervento.

La parola “responsabilità” rimanda proprio alla capacità di rispondere delle proprie azioni sulla base di norme. Quindi controllare i propri impulsi, avere cura degli altri, avere cura di sé, sia in una prospettiva sia presente che futura.

L’adolescente sa bene che le proprie azioni hanno un peso sulla realtà che vive, sia a livello strettamente familiare che del contesto sociale più allargato, come quello scolastico, ad esempio. Ma è proprio da questi contesti che derivano le pressioni nei suoi confronti. Pressioni ad essere in un certo modo e a fare o non fare certe cose. In altri termini, regole.

Rispetto alla famiglia, ad esempio, penso al carico di aspettative che i genitori nutrono nei confronti dei figli. Genitori che da qualche parte sono, quanto il figlio adolescente, spaventati proprio da tutti i cambiamenti che egli vive.

 

Ma restiamo sulle pressioni e proviamo a capire un po’ meglio un adolescente, con i bisogni di affermazione identitaria di cui ho parlato in precedenza e le pressioni provenienti dal mondo degli adulti. Quali possibili reazioni può avere? Per esempio la ribellione. Il comportamento ribelle, trasgressivo delle regole, può rappresentare una reazione all’invadenza dello spazio da parte di quel mondo adulto che “pressa”, oppure può rispondere al bisogno di affermazione dell’identità o, ancora, al bisogno di dare agli altri – e dagli atri farsi rimandare – un’idea di sé potente.

Ma al di là del perché, ci interessa di più il cosa. E in questo caso il “cosa” è proprio l’andare al di là delle regole.

Il paradosso è che bisogna trasmettere un senso di responsabilità a persone che avvertono un sano bisogno di andare oltre le regole.

E’ chiaro che una società deve educare i membri che ne fanno parte, ma poniamoci dalla prospettiva dell’adolescente: ha appena scoperto di essere un ottimo corridore e gli viene chiesto di andare piano. Chiaramente gli adulti che gli fanno questa richiesta sono convinti di saperla lunga.

 

E l’adolescente, che ha la presunzione di chi sa correre molto bene, è convinto di saperla più lunga degli adulti. E questa è la situazione-tipo del rapporto adolescente/adulto, che spesso assume il carattere di una gara a chi la sa più lunga. Con un conseguente senso di frustrazione dell’adulto che vede l’adolescente comportarsi da irresponsabile con degli amici più irresponsabili di lui.

 

Allora il punto è come si può trasmettere il senso di responsabilità?

 

Il senso di reponsabilità, in un’epoca in cui l’ambizione all’onnipotenza è molto stimolata e chi è al di sopra delle regole è molto riconosciuto, non può che passare per vie diverse da quelle della parola. Aleno se non si vuole rientrare nei canoni di quella “gara a chi la sa più lunga” a cui ho accennato. 

A tal proposito approdiamo al concetto di ideale dell’io (Freud). Cioè quell’idea di sé ideale che ognuno di noi possiede e a cui tende, che costituisce il rappresentante interno della capacità di assumersi la responsabilità (Maggiolini).

Ma se l’assunzione di responsabilità è legata all’ideale dell’Io e questo nasce a partire dalla disponibilità di un modello che l’individuo interiorizza, è imporatante chiedersi qualcosa in più su questo modello. Quale modello viene offerto all’adolescente? Da chi può apprendere l’essere responsabile?

Queste domande forse è più importante lasciarle aperte. Vorrei concludere con un ultima riflessione sul rito iniziatico. Il rito, com’è noto, in ogni cultura consente il passaggio da una condizione ad un’altra ed è importante perché ha la funzione di alleviare l’ansia legata al cambiamento. Ma pensando al rito oggi voglio sottolineare la figura dell’adulto iniziatore. Nel mito greco, Chirone inizia il giovane Achille all’età adulta, insegnandogli le arti, la musica e la pittura e trasmettendogli, nutrendolo, la dolcezza, la forza e il coraggio.

Vi lascio quindi con l’immagine di un adulto che trasmette qualcosa all’adolescente, non con le parole, ma fornendogli un modello da interiorizzare, a cui tendere e, perché no, superare.

 

Tratto dalla relazione presentata al seminario "Il coraggio della libertà", Sala Consiliare del la V Municipalità del Comune di Napoli, Novembre 2014.

 

Andrea Cappabianca, Psicologo Napoli